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3. La lavorazione delle pietre dure in Asia

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Fin dall’antichità le civiltà dell’Indo utilizzavano, nella produzione orafa, agate, diaspri, granati e feldspati, provenienti dai giacimenti del Baluchistan e del Gujarat, come attestano i reperti archeologici di Harrappa, dove sono stati rinvenuti alcuni gioielli, risalenti al terzo millennio a.C., adornati da molteplici grani in pietra dura e da una sorta di maiolica prodotta dagli artigiani locali.

Le gemme impiegate nell’antica produzione indiana, a differenza di quella mesopotamica, provenivano esclusivamente dalle aree di estrazione della propria regione, poiché non si volle creare una dipendenza economica dagli stati esterni, ovviando alla mancanza di alcune pietre dure attraverso l’imitazione ottenuta con materiali artificiali, quali steatite (silicato di magnesio), che cotta ad alte temperature assume una colorazione bianca, e faenze talcose e silicee, invetriate in diversi colori.
Gli "Etched Beads"

Gli artigiani dell’Indo del III millennio a.C. lavoravano soprattutto la cornalina, una particolare pietra dal colore rosso-arancio, ottenuta attraverso dei processi di riscaldamento e cottura di una varietà di agata, decorata con degli indelebili motivi bianchi, imitanti la caratteristica zonatura della materia prima o formanti particolari disegni, frutto di un complesso processo chimico, che dava vita ai cosiddetti “etched beads”.

Quest’insolita lavorazione dell’agata, sviluppatasi in concomitanza con la sperimentazione tecnica sui metalli, era conosciuta in tutti i centri della Valle dell’Indo, da Mohenjo-Daro a Harappa, da Naucharo a Lothal, come attestano i recenti scavi archeologici, che hanno riportato alla luce numerose perle d’agata in vari stadi di preparazione.

I componenti in cornalina erano lavorati adottando tecniche sperimentate sin dall’epoca paleolitica, come la scheggiatura e la sagomatura per abrasione e perforazione, che dall’India si diffusero in tutto il continente asiatico.
Tutt’oggi, però, non è stato identificato il preciso processo di realizzazione dei caratteristici etched beads, nonostante le numerose teorie mosse da studiosi competenti in materia.

Dopo una serie di studi accurati, sono state, comunque, individuate tre tecniche, che potrebbero essere quelle effettivamente utilizzate dagli artigiani della Valle dell’Indo.

Uno dei procedimenti maggiormente utilizzati consiste nella produzione di perle di cornalina ornate da disegni bianchi, ottenuti tracciando il motivo decorativo con una punta, precedentemente immersa in una sostanza alcalina - forse carbonato di sodio - unita al succo di un arbusto selvatico che cresce nel Sind; la perla così ottenuta è racchiusa in un involucro d’argilla e cotone, per poi essere cotta a temperatura piuttosto alta, al fine di imprimere definitivamente la decorazione.
Perle lavorate con questa tecnica sono state rinvenute durante gli scavi dei siti di Mohenjo-Daro, Harappa, Chanhu-Daro, Lothal ed in Mesopotamia; in particolare la città di Chanhu-Daro fu un importante centro di produzione degli etched beads, come si evince dai numerosi cascami di lavorazione dei componenti in agata ritrovati in questo insediamento proto-storico.

Gli etched beads erano lavorati in diverse forme; i più antichi, provenienti dalla Valle dell’Indo, presentano la caratteristica forma oblunga, con sporadici esempi di perle sferiche o tagliate a barile, tipiche delle epoche posteriori.

Le decorazioni impresse sulle perle di cornalina non seguivano uno schema definito in relazione alla forma del componente, ma, secondo l’area di produzione, si notano delle piccole differenze dei motivi ornamentali, evidentemente, subordinati all’inventiva dell’artigiano.

Questa lavorazione ebbe vasta diffusione nel III millennio non solo nella Valle dell’Indo ed in Mesopotamia, la cui produzione deriva da quella indiana, ma anche in altri centri asiatici, quali la Penisola Arabica, la Giordania, l’Iran e, soprattutto, il Tibet, dove sono stati rinvenuti dei particolari grani di cornalina, ancora oggi custoditi dagli abitanti locali, definiti “gzi”.
© E.De Luca - Tutti i diritti riservati. È vietato utilizzare questo testo, anche parzialmente, senza autorizzazione.
Bibliografia >>>

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