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4. L'Asia nei racconti dei viaggiatori medievali

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L’immagine leggendaria dell’Asia medievale nasce in simbiosi con l’avvento del Cristianesimo. L’uomo occidentale, infatti, rilegge in chiave cristiana la complessa cultura orientale, creando una corrispondenza tra il percorso spirituale condotto dal credente e l’itinerario materiale che congiunge i luoghi considerati santi del continente asiatico.

È scritto nella Genesi che “il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato” (Gen.2,8), rendendo, pertanto, “sacro” il territorio orientale.

Mercanti, pellegrini, asceti, avventurieri, cavalieri e missionari occidentali affollano i territori orientali, spinti anche da questa credenza, avallando la cultura cristiana che riteneva il viaggio un importante percorso spirituale, più che una dimensione concreta.

Questa concezione dell’uomo medievale non è, però, sufficiente per spiegare la frequenza delle pericolose ed estenuanti spedizioni nel continente asiatico, che caratterizzano, soprattutto, il XIII e il XIV secolo.
Il sorgere dell’immenso impero mongolo nel XIII secolo, infatti, riapre le vie dell’Oriente, consentendo ai viaggiatori di potersi muovere con sicurezza dalle rive del Mar Nero alla Cina, in un territorio unificato sotto un unico regno, caratterizzato da una politica di estrema tolleranza.

Numerosi sono i viaggiatori inviati nell’Impero Mongolo per stipulare un alleanza diplomatica: messi papali e regali (dei re di Francia ed Inghilterra), come Giovanni da Pian del Carpine, penitenziere del papa Innocenzo IV, Sinibalbo Fieschi, Guglielmo di Rubruck, in viaggio con Bartolomeo di Cremona, Odorico da Pordenone, Giovanni da Montecorvino, che dal 1307 occupa la carica di arcivescovo nella Pechino mongola, ed, infine, il noto Marco Polo, affiancati da una miriade di mercanti ed avventurieri, che, talvolta, si stabiliscono in maniera definitiva nel continente asiatico, commerciando spezie, pietre preziose e seta.

L’ascesa dell’Impero mongolo e il conseguente accordo politico con i regni occidentali muta la natura dei viaggi in Asia. I primi viaggiatori medievali muovono verso l’Oriente per motivi che vanno oltre l’interesse politico e commerciale, spinti, infatti, dal nuovo sentimento religioso che li porta alla ricerca del Giardino dell’Eden, collocato, secondo la tradizione biblica, ad oriente.
Suggestionato dall’impossibile impresa di varcare la soglia del Paradiso Terrestre, il viandante medievale, quindi, si mette in cammino alla volta dell’Asia, utilizzando come fonte principale le numerose mappae mundi che ne riportano l’ubicazione.

San Brandano, di cui si parla nella Navigatio Sancti Brendani del X secolo, è il primo viaggiatore di cui si sia conservata memoria, ma una lunga schiera di “esploratori” segue le sue orme.
L’Eden, per tutti questi avventurieri, rappresenta un’entità geografica concreta, un luogo perfetto bagnato da un tepore perenne, protetto da impenetrabili lame di fuoco e da forze ostili che respingono l’uomo, come si evince dai racconti di Brunetto Latini, ne Li livre dou Tresor, e di Isidoro di Siviglia, nelle Etymologiae, che, a distanza di un secolo, ne hanno la stessa visione fantastica.

Accanto a questi testi enciclopedici, si pongono i racconti dei viaggiatori “immaginari”, di cui sir John Mandeville, protagonista del Livre des merveilles, ne è l’emblema.
Mandeville conclude il suo itinerario fantastico nelle regioni orientali con la descrizione del Giardino dell’Eden, collocato in un luogo isolato, “chiuso tutt’intorno da un muro […] fittamente ricoperto di muschio”, ed inaccessibile, poiché posto tanto in alto da “toccare quasi il cerchio della luna”, caratteristiche che sottolineano l’impossibilità di violare questo luogo proibito, come attesta, tra l’altro, l’insuccesso di numerosi “gran signori […] che avrebbero fatto meglio a non mettersi in viaggio”.

Queste paradisiache immagini simboliche attraversano il Medioevo, rimanendo inalterate sino al XV secolo, quando Cristoforo Colombo, abbagliato dalle bellezze naturali del Nuovo Mondo, è sicuro di aver raggiunto l’Eden, dimostrando di attenersi ancora alla visione medievale.
Gli eventi politici che sconvolgono il continente asiatico durante il XIII secolo, l’epoca delle conquiste mongole, mutano, come accennato in precedenza, la natura dei viaggi in Oriente.
Numerosi missionari francescani e domenicani percorrono le strade asiatiche per evangelizzare le terre orientali e raccogliere notizie sul popolo del Gran Khān, al fine di debellare il pericolo mongolo, senza, però, abbandonare la ricerca del Paradiso Terrestre, che rimane l’oggetto principale dei racconti medievali.

La visione mitica dell’Asia medievale è, infatti, talmente radicata negli occidentali da contaminare i racconti dei viaggiatori reali.
Il fiammingo Guglielmo di Rubruck, Giovanni da Pian del Carpine, Odorico da Pordenone e altri loro confratelli riportano nei resoconti di viaggio le stesse immagini fantasiose raccontate dai viaggiatori irreali, adeguando la realtà alla leggenda.
L’Asia in questi racconti appare come una terra misteriosa animata da creature mostruose e popoli virtuosi - secondo una tradizione derivante dalla leggendaria saga alessandrina - che pullulano, soprattutto, nei territori indiani, ben lontani, però, dalla vista umana, essendo collocati ai margini del mondo conosciuto.

Anche quando non se ne ha una testimonianza tangibile, quindi, gli esseri dell’immaginario medievale prendono il sopravvento; Giovanni da Pian dal Carpine, che, tra il 1245 e il 1247, giunge fino a Karakorum (Kashmir), riporta nella Historia Mongalorum i racconti di viaggiatori che hanno visto terribili mostri “che hanno in tutto la forma umana, ma hanno piedi di buoi, la testa di un uomo ma la faccia di un cane” (i cosiddetti canophalez) e raccapriccianti creature “che avevano l’aspetto umano, se non che non avevano un solo braccio, con una mano, in mezzo al petto, e un solo piede”; Odorico da Pordenone descrive, nella Relatio, un leggendario popolo di antropofagi; Marco Polo, per diciassette anni dignitario alla corte del Gran Khān Kubilai, racconta, invece, di una stirpe di saggi “che non uccidono mai nessun animale, nemmeno pulci o mosche e perfino vermi perché dicono che hanno un anima. […] Dormono sulla terra nuda, nudi, senza alcuna copertura né stoffa sopra o sotto.[…] Fanno anche una severa astinenza di cibo, digiunano l’intero anno e bevono acqua: null’altro”, facendo riferimento ai Brahmani, uomini giusti e pii, che vivono nudi in perfetta armonia con la natura, cibandosi di erbe e miele, rifiutando la proprietà e rispettando ogni essere vivente.
© E.De Luca - Tutti i diritti riservati. È vietato utilizzare questo testo, anche parzialmente, senza autorizzazione.
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