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1.Le pietre preziose nell'antichità

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Nelle civiltà del passato, soprattutto in quelle evolute con complessi sistemi sociali e religiosi, le pietre preziose occuparono una posizione di rilievo nella realizzazione di manufatti, dai comuni utensili sino ai più complessi monili cerimoniali e religiosi.
Le grandi civiltà delle vallate dei fiumi, l’antico Egitto, la Mesopotamia, la Valle dell’Indo, la civiltà di Mohenjo Daro (Pakistan), testimoniano, infatti, una particolare predilezione per le gemme, come attestano gli splendidi oggetti rinvenuti durante le spedizioni archeologiche.

Nonostante non sia del tutto chiaro il ruolo riservato alle pietre preziose nelle pratiche religiose e magiche di queste antiche civiltà, è certo che se ne fece abbondante uso per decorare oggetti riservati al culto delle divinità e all’uso dei sovrani, venerati, tra l’altro, come veri e propri dei.
Nessun elemento utilizzato nella creazione di questi monili era casuale; forma e materiale erano curati nei minimi dettagli, al fine di svolgere in maniera ottimale una funzione non solo estetica…
Dalle effigi delle divinità ai pettorali dei sovrani, dai vasi delle offerte ai gioielli cerimoniali, ogni particolare era eseguito rispettando dei criteri codificati nel tempo, seguendo quella tradizione ancestrale che suggeriva come essenziale l’uso delle gemme, per rendere in qualche modo “magici” quei preziosi oggetti.
Nate dalle cupe viscere della terra, le variopinte gemme, infatti, avevano sorpreso l’uomo sin dai tempi più remoti; la loro capacità di risplendere al sole, la trasparenza cristallina, la resistenza al fuoco e ai rudimentali attrezzi umani suscitavano ammirazione e timore.
Quale misteriosa potenza albergava in queste singolari pietre, frammenti del più scintillante arcobaleno?

Con l’evoluzione del politeismo, al quale i popoli orientali associarono il culto degli astri, generando così la scienza dell’astrologia, aumentarono le credenze legate alle singole pietre, che furono considerate la manifestazione tangibile del potere divino, di cui, inspiegabilmente, erano pregne.
Intere caste sacerdotali elaborarono quei sistemi spirituali in cui si sintetizza il binomio divinità-gemma, sistemi lentamente trasmessi a tutti i popoli mediterranei, sia direttamente, sia attraverso il Popolo Eletto d’Israele…

6. Il nodo nevralgico della Via del Lapislazzuli

Durante gli scavi archeologici della necropoli di Shahr-i Sokhta è stata fatta anche un’altra importante scoperta: sono state, infatti, riportate alla luce diverse tombe degli artigiani che fabbricavano i vaghi in pietra dura, corredate dagli strumenti del mestiere (lamelle e teste di trapani in selce) e da rappresentazioni simboliche del processo di lavorazione delle perline minerali, svelando le tecniche della loro produzione, affini a quelle adottate nella Valle dell’Indo.

Da questi reperti si deduce che ogni artigiano era specializzato nella lavorazione di un determinato minerale, che, solitamente, avveniva in una particolare zona della città, riportata alla luce durante la campagna di scavo del 1972, guidata dall’archeologo Maurizio Tosi, in cui erano collocati i vari laboratori.

La maggior parte dei ritrovamenti riguarda la lavorazione del lapislazzuli - la preziosa pietra blu notte ravvivata da “pagliuzze dorate” (inclusioni di un altro minerale, la pirite, che gli conferisce quel particolare aspetto lucente) - principale merce di scambio della città, che veniva commerciata verso ovest come prodotto semilavorato.

L’"oro blu" giungeva a Shahr-i Sokhta sotto forma di blocchi grezzi, ridotti in forma regolare attraverso un duplice procedimento: in primo luogo, veniva eseguito un solco con una lama di selce su uno dei lati, precedentemente levigato; quindi, con un colpo vibrato su uno scalpello (percussione indiretta), inserito all’interno del solco, si otteneva il distacco del blocco più piccolo. Questo procedimento era ripetuto più volte, fino ad ottenere un blocco a forma di parallelepipedo dalle dimensioni volute.

Successivamente, si procedeva alla produzione dei vaghi mediante lisciatura su pietre di arenaria e, ottenuta la forma desiderata, si passava alla perforazione, effettuata con teste di trapano di selce, che rappresentava la fase più delicata dell’intero procedimento di lavorazione, in quanto poteva verificarsi la rottura della materia prima.

I blocchi squadrati, depurati dai materiali privi di valore, venivano commercializzati nell’area mesopotamica, attraverso una fitta rete di rotte carovaniere, la cosiddetta “Via del Lapislazzuli”, di cui Shahr-i Sokhta, con la sua fiorente industria di raffinazione, rappresentò il nodo nevralgico.
© E.De Luca - Tutti i diritti riservati. È vietato utilizzare questo testo, anche parzialmente, senza autorizzazione.
Bibliografia >>>



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